Menù Pagine

giovedì 30 agosto 2018

Leone, gazzella…… o solo in affanno?






"Ogni mattina in Africa, una gazzella si sveglia, sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa. Ogni mattina in Africa, un leone si sveglia, sa che deve correre più della gazzella, o morirà di fame. Quando il sole sorge, non importa se sei un leone o una gazzella: è meglio che cominci a correre." - William Shakespeare.

Non sempre quando cambiamo vita lo facciamo a seguito di una decisione ponderata e ragionata: molte volte siamo travolti da fatti che non dipendono da noi, da decisioni di altri che subiamo e che ci proiettano in un mondo fino ad allora totalmente ignoto, della cui esistenza non ci eravamo mai accorti avendo sempre vissuto condizionati da concetti come competitività, efficienza, massima produttività, massimo profitto, eccetera.

Necessita oltre un anno per prendere le distanze dalla realtà alterata in cui si era immersi, ma recuperati i tempi naturali dell’esistenza umana, si inizia a realizzare che probabilmente chi incontriamo casualmente per strada sia,  a suo modo, “fuori di testa”.

Un giorno percorrevo una strada statale senza fretta, rispettando il limite di velocità. Le macchine dietro me hanno iniziato a farmi i fari, a suonare e quando hanno iniziato a superarmi, protestavano esprimendosi con gesti molto eloquenti che comunicavano la disapprovazione per un pazzo che, senza fretta, guidava rispettando le regole. Io guardavo e con tristezza pensando che un tempo anch’io soffrivo dello stesso male ma ora, forse, ero guarito.

Qualche giorno fa ho incontrato un collega. Ci siamo incrociati davanti alla porta di ingresso di uno stabile, provenendo da direzioni opposte.
Non a caso e, forse, in tutti i sensi.
Mi ha colpito quando, volendo tagliare corto, mi ha liquidato dicendo che lui era sempre di corsa e che non aveva tempo nemmeno per respirare.

Io ho sorriso scrollando il capo, e, riconoscendo in lui me stesso pima di cambiare vita, ho riflettuto su quale potesse essere il messaggio percepito dal suo prossimo a seguito di un uguale incontro casuale.

Certamente il collega si sarà allontanato pensando di aver lasciato in me un’immagine di efficienza, di successo e di massima operatività.
I miei occhi hanno invece percepito l’immagine di una persona stressata, in affanno e in qualche modo priva di lucidità in quanto incapace di instaurare un minimo di relazione dialettica: l’esatto contrario di quello che, forse, dovrebbe trasmettere chi svolge l’attività di consulente, ossia una persona che si propone come riferimento per risolvere i problemi degli altri.

Avendo ora il tempo per svolgere dei pensieri e per crearmi delle opinioni ponderate, ho iniziato a pensare alla qualità della vita che conducevo e che ora vedevo riflessa nel mio collega che nel frattempo si era allontanato coperto da un velo di sudore nervoso, portando con sé, in un alone, l’odore di sigaretta che lo accompagnava.

Ma che vita facevo? Tutto di corsa, senza nemmeno il tempo di fermarmi a parlare con chi incontravo se non per esprimere frasi di circostanza: cretinate che terminavano quasi sempre con una battuta insulsa che procurava una risata nervosa e senza gioia, per chiudere con un “ciao” vuoto. Mai il tempo di apprezzare un tramonto, di accorgermi del ritorno o della partenza delle rondini, di passare un pomeriggio parlando con un amico.
Eppure io quei momenti li ho vissuti e li ricordo, ma ora erano nascosti dietro un angolo della mente, distanti quanto i miei vent’anni.

E così il pensiero è inevitabilmente andato a quei compagni di viaggio venuti meno perché ha ceduto il cuore, una vena o il cervello: quasi tutti erano persone super efficienti, stressati dal dover dimostrare di essere iperattivi, sempre migliori, rampanti, competitivi, vincenti.
Tanto vincenti da essere arrivati per primi al “traguardo” della vita.

Recuperiamo i tempi naturali del vivere quotidiano per essere più credibili anche nelle nostre professioni.
Cerchiamo di essere noi stessi a prescindere dalle aspettative degli altri: rispettiamo i tempi naturali del nostro corpo e della nostra mente.

Cambiamo vita. Non cerchiamo di essere improbabili leoni o gazzelle; prendiamo consapevolezza di essere solo degli esseri umani: organismi prodigiosi che devono vivere secondo il ritmo naturale dei battiti del proprio cuore, a riposo.

sabato 2 giugno 2018

La Regola dei Dieci Giorni.




   Osserviamo un bambino quando apre le decine di regali ricevuti in occasione di una ricorrenza: scarta in maniera frenetica un pacchetto dietro l’altro, guardandone per lo più distrattamente il contenuto che accantona immediatamente per tuffarsi sul pacchetto successivo il cui contenuto farà la stessa fine.

   I regali più "fortunati" accompagneranno i giochi del piccolo per qualche giorno per poi essere abbandonati anch'essi.

   Un tale atteggiamento ritengo sia da ricondurre al fatto che il piccolo non ha mai richiesto né desiderato quei regali per i quali, ora, non manifesta alcun interesse: nella sua tremenda sincerità ci comunica che li considera superflui quindi inutili, con buona pace della frustrazione di genitori e parenti che hanno sacrificato i loro denari per niente.

   Tuttavia queste esperienze devono lascare una qualche traccia nel nostro cervello. Vivere e perpetrare fin dai primi anni il meccanismo per cui  otteniamo tutto e subito, anche e soprattutto il superfluo, deve insinuare nella nostra mente quel perverso meccanismo che da adulti ci impone di spendere del denaro per oggetti appena visti, mai veramente desiderati, bypassando la razionale valutazione se quell’oggetto ci sia realmente necessario o utile per il miglioramento della nostra esistenza.

   Così alcuni di noi in età adulta non riescono più a sentirsi appagati nemmeno quando entrano in possesso di qualcosa di desiderato, rischiando di non apprezzare più nulla, dando per scontato che si possa ottenere qualsiasi cosa solo appena piaciuta, quasi si trattasse dell’esercizio di un diritto insopprimibile,  esistenziale.

   A questo riguardo ricordo quando mi capitò di entrare in un laboratorio di riparazione di smartphones. Trovai incredibile come oggetti costati oltre un mese di lavoro, in gran parte fossero in riparazione a causa del loro “maltrattamento”: schermi frantumati, pulsanti distrutti, danni da cadute a terra o in acqua. 
   Mi parve razionalmente impensabile che oggetti dal costo così elevato fossero acquistati per essere poi trattati al pari di utensili da lavoro in un cantiere edile.

   Anch'io non sono sfuggito al meccanismo mentale che mi rendeva “infermo” prima di possedere un oggetto solo per averlo visto o, peggio, avuto modo di maneggiarlo in uno dei vari “store” in cui ci è consentito prendere in mano gli oggetti in vendita per farceli percepire come nostri e per farceli subito dopo, nostro malgrado, riporre, innescando quel terribile e raffinato meccanismo mentale per cui iniziamo a desiderare quell’oggetto avvertendo come vitale il “non bisogno” di possederlo.

   Ho impiegato molto tempo prima di realizzare di essere caduto nella trappola in cui si percepisce  essenziale ciò che è, di fatto, superfluo, ed anche una volta realizzato ammetto che non è stato facile reagire ed adottare quelle variazioni di comportamento che mi consentissero di capire quando un bene mi fosse davvero utile o fosse veramente desiderato. Ma una volta scardinati quei meccanismi mentali, ora mi sento più libero.

   Tutto è iniziato quando ho dovuto liberare due cantine a causa di un trasloco: quante cose ho trovato che non sapevo nemmeno di avere o che nemmeno più ricordavo di avere acquistato. Come un bambino che scarta subito il regalo, quegli oggetti sono passati dal pacco consegnato dal postino alla cantina ed ora erano destinate alla discarica.

   Mentre osservavo gli oggetti acquistati realizzavo che probabilmente nel tempo intercorso tra l’ordine e la ricezione del bene, l’interesse era svanito. Realizzavo quindi di essere affetto anch’io da sindrome da acquisto compulsivo per oggetti mai realmente desiderati.

   Mi sono soffermato quindi a pensare alla quantità di denaro speso che ora era destinato alla discarica. Denaro letteralmente buttato che se non avessi speso ora mi sarebbe certo stato utile.

   Aver ottenuto quelle cose appena viste e prima ancora di desiderarle, mi aveva fatto diventare un acquirente compulsivo facendomi spendere denaro per acquistare oggetti che in realtà non mi servivano e non mi sono mai servite e del cui acquisto ora mi pentivo.

   Bisognava reagire. Imporsi una regola sull’utilizzo del denaro. A tutti  i livelli. Così ho deciso di adottare la prima regola: quella dei dieci giorni: quando un acquisto costa più di 30 euro, faccio trascorrere 10 giorni. Se passato questo periodo sento ancora necessità di possedere quel bene, significa che mi è davvero utile, altrimenti posso farne a meno.

   Un atteggiamento riflessivo nei confronti di ciò che comperiamo ci aiuta a risparmiare, ci rende più consapevoli di un acquisto, ci fa apprezzare il piacere di aver raggiunto il risultato di possedere finalmente una cosa che ci è utile. Tutti aspetti che in definitiva ci rendono più liberi.
   Peraltro, il desiderio, a tutti i livelli,  è un sentimento rivoluzionario, che muove il nostro universo che motiva la nostra esistenza: la sua morte, per converso, demotiva l'esistere, toglie qualunque aspirazione, deprime l'evoluzione.
   Per cambiare vita sganciamoci dai meccanismi mentali acquisiti e adottiamo nuovi ragionamenti che ci rendano autonomi rispetto ad atteggiamenti acquisiti inconsapevolmente che corrispondono a vere e proprie dipendenze.
   Ma della debolezza della nostra mente a resistere alle dipendenze, meccanismi ben conosciuti ed utilizzati ad arte dal mercato per condizionare le nostre scelte, parleremo, forse, la prossima volta.

sabato 26 maggio 2018

Vivere fino all’ultimo respiro


 

Se è vero che l’universo ha quattordici miliardi di anni, significa che tutti noi abbiamo atteso per un tempo immenso durato quattordicimila milioni di anni per poter iniziare a compiere la nostra esperienza di vita, che durerà poche decine di anni e una volta conclusa sarà irripetibile per l’eternità.

 Il privilegio che abbiamo è di avere una finestra di qualche lustro  per vivere un’esperienza unica e straordinaria che ci permette di prendere coscienza della nostra esistenza e dell’esistenza del tutto per poi tornare nell’oblio eterno.

 La nostra vita è quindi un’occasione unica ed irripetibile troppo preziosa per permetterci di dissiparla, consumarla, sciuparla: è un’esperienza eccezionale che vale la pena di vivere in ogni suo attimo, profondamente e intensamente.
  Considerazioni che non riguardano solo alcuni: tutti siamo tra noi contemporanei, accomunati dal vivere lo stesso frammento di tempo; qualunque persona oggi conosciamo, incontriamo o solo abbiamo la fortuna di incrociarne lo sguardo, dal neonato all'anziano, abbiamo la certezza che tra cento anni non esisterà più. Consegnata all'eternità.

 Se riconsiderassimo la nostra esistenza alla luce di questi presupposti, ci renderemmo immediatamente conto del valore immenso di ogni singolo secondo vissuto e da vivere: realizzeremmo che ogni singolo istante di vita per noi è unico e irripetibile. Per sempre.

 E allora perché consumare il nostro tempo facendo cose che non ci piacciono, che non ci edificano, o peggio che ci distruggono: un lavoro che non ci appaga; passare ore o giorni o addirittura mesi litigando; cedere a sentimenti negativi come il risentimento, la rabbia, l’odio, o che ci consumano come l’invidia o l’orgoglio.

 Pensiamo come spendiamo ciascun secondo di ogni nostra giornata e come consumiamo il poco tempo che abbiamo a disposizione in qualsiasi attività umana, dal sonno ristoratore al lavoro appagante.

Esercitiamoci a capire se il tempo che stiamo spendendo, lo stiamo impiegando per attività che lo meritano; chiediamoci se stiamo edificando o se solo stiamo consumando la nostra esistenza. Domandiamoci se una volta giunti al termine della nostra esistenza avremo raccolto conoscenze ed esperienze positive da trasferire al nostro prossimo, ai nostri contemporanei, perché possano a loro volta farne tesoro e migliorare la loro esistenza.

 Cambiamo vita: questa brevissima, unica, eccezionale esperienza che ci è concesso vivere deve essere vissuta fino all’ultimo respiro perché non la apprezziamo solo quando realizziamo che è già trascorsa e non la possiamo più rivivere, solo quando ci accorgiamo che l’abbiamo consumata senza più avere una seconda possibilità. Facciamo solo ciò che veramente ci piace e ci interessa: per quanto possibile curiamo e coltiviamo rapporti e sentimenti positivi; scegliamo persone interessanti, positive per tessere rapporti umani veri; accontentiamoci e godiamo di ciò che abbiamo e non bruciamo il tempo concessoci per guadagnare denaro e spenderlo per acquistare oggetti il cui possesso alla fine non ci appaga o, peggio, che destiniamo direttamente alla discarica. Realizziamo che le cose migliori sono gratuite e impariamo ad alzare lo sguardo dalla strada, dalla scrivania o dallo smartphone per renderci conto che il tutto è a nostra disposizione gratuitamente: smettiamo di passare la nostra esistenza ingarbugliati in problemi e preoccupazioni per lo più inesistenti che ci rendono incapaci di realizzare che ci siamo infilati in una “ruota del criceto” che ci fa correre e correre rimanendo sempre nello stesso punto.

 Cambiamo vita: scegliamo di fare solo le cose che ci appagano e ci rendono positivi e di conseguenza felici e che, in definitiva, nell’equilibrio delle regole, ci fanno stare bene. Viviamo questa vita, unica e irripetibile, pienamente.

 Fino all’ultimo respiro.

sabato 19 maggio 2018

Non è un problema mio... o forse si?





Qualche anno fa mi capitò di assistere ad una telefonata di una signora. Il fatto attirò la mia attenzione quando la sentii assumere un tono di voce via via sempre più concitato, fino ad arrivare ad urlare. Epilogò quindi in un pianto a dirotto.
Calmatasi, chiese scusa per la reazione avuta al telefono e spiegò che si trattava di un colloquio con suo marito, da cui si stava separando, che la rendeva partecipe del fatto che non aveva i soldi per far fronte alle sue richieste avanzate nella causa di divorzio, in quanto aveva perso il lavoro.
Ritornando a piangere, tra i singhiozzi, affermò: “ma questi sono problemi suoi, non miei”.
Dopo averle mostrato comprensione per la situazione emotiva che stava vivendo, mi sono permesso di osservare che in quanto ai problemi, percepivo invece la netta sensazione che le difficoltà del marito costituissero anche un  suo problema, eccome.
La invitai quindi a riflettere sul fatto che se avesse aiutato il marito a risolvere le sue difficoltà, a prescindere dai pareri tecnici del proprio legale, molto probabilmente avrebbe risolto anche un suo problema: quello che la faceva piangere.

Da allora ho realizzato che frasi del tipo “affari suoi”, o “sono problemi suoi”, o ancora “non è un problema mio”, quando rivolte a soggetti a noi vicini con cui relazioniamo per scelta o per dovere, in realtà non ci risolvono un problema: ce lo creano.

Gli esempi si perderebbero, tuttavia creare un problema a persone che interagiscono con noi o rimanere indifferenti per le difficoltà di chi ci è prossimo, costituiscono due facce di una stessa medaglia: quella che presto o tardi riverserà le conseguenze dirette o indirette di quei problemi su di noi.

Ci stiamo creando un problema se rimaniamo indifferenti  rispetto ad un’esigenza che ci viene fatta presente da una persona con cui relazioniamo: pensiamo al nostro compagno o compagna di vita che ci fa presente che mal sopporta un nostro comportamento per noi acquisito, scontato e che riteniamo del tutto naturale.
Se non modificheremo quel comportamento non dando ascolto alle richieste, probabilmente inizieremo a deteriorare il rapporto, se invece solo ci sforzeremo di adeguare le nostre abitudini rendendoci disponibili ad un cambiamento, probabilmente il suo atteggiamento nei nostri confronti cambierà di conseguenza e otterremo apprezzamento e rispetto a tutto beneficio del rapporto e della qualità della nostra vita. Bisogna però cambiare, rompere quei meccanismi automatici e ripetitivi che il nostro cervello tanta fatica fa a modificare.

Ma ci creiamo un problema anche se con il nostro comportamento non stiamo forse creando un problema anche a chi solo occupa spazi vicini a noi.
Pensiamo ad un vicino di casa: se lo disturbiamo con nostri comportamenti molesti, ci staremo creando una situazione tale che nel momento in cui avremo bisogno del suo aiuto, ad esempio per ottenere una dilazione di pagamento delle spese condominiali, o magari per installare una griglia per le biciclette oppure ancora per fare dei lavori in casa, probabilmente agirà secondo la logica oggi imperversante e ci renderà il "favore": negandocelo. E questo per noi costituirà un problema. Che abbiamo creato con le nostre mani, creandone uno al nostro prossimo.

Si tratta quindi di ritrovare quella sensibilità e quel minimo di educazione necessari per una convivenza positiva a tutti i livelli. Per cambiare vita bisogna partire dai semplici comportamenti quotidiani, e se non cambiano gli altri, cambiamola noi la nostra vita. Avremo solo da guadagnarci in serenità e in benessere.

Rompiamo quindi gli schemi mentali che i media ci inculcano con film e telefilm in cui i problemi si risolvono non con il dialogo ma con l’aggressività: violenza e armi imperversano nelle ore che ci intrattengono davanti agli schermi fin da tenera età con i cartoni animati. Cerchiamo il dialogo, proviamo a metterci nei panni altrui ogni volta che adottiamo un comportamento e chiediamoci se possiamo in qualche modo creare un problema, consapevoli che se lo creeremo al nostro prossimo, avremo noi un problema in più da risolvere.
Cambiamo modo di pensare. Staremo meglio. Cambiamo vita.

sabato 12 maggio 2018

Quanta vita ci consumano i Social?


  
I social o reti sociali: strumenti che ci consentono di accedere ad un’infinità di contenuti e presenti in gran numero su tutto il pianeta: quì l' elenco delle reti sociali più famose al mondo .
 Ma sappiamo usare questi mezzi a nostro vantaggio o ci facciamo travolgere da qualunque informazione o richiesta ci raggiunga?
 In sostanza siamo veramente noi a usare i social o, a pensarci bene, forse sono i social a usare noi?
 Chi utilizza questo tipo di strumenti per lavoro non consente loro di rubargli del tempo e, quando ne fa uso fuori dal lavoro, lo fa per una durata limitata e per puro svago: insomma, utiliza lui lo strumento in maniera coerente e non patologica.
 Il problema sorge quando lasciamo che i social letteralmente invadano la nostra esistenza, facendone un uso compulsivo, quasi maniacale: consultando il monitor del nostro smartphone a intervalli strettissimi, saltando ogni volta che emette un suono per dare immediata risposta ai messaggi e disperandoci quando per qulsiasi motivo “perdiamo la connessione”.
 Concedere ai contenuti sostanzialmente superflui dei social di assumere il valore di una protesi per comunicare essenziale per il nostro benessere è obiettivamente innaturale.
 Chiunque ci interpelli non avrà bisogno di ottenere una risposta in trenta secondi e non è poi così importante sapere tutto ciò che fanno le nostre amicizie: sono informazioni delle quali possiamo fare tranquillamente a meno e senza le quali non cambia nulla nella vita, nostra o loro.
Se non fosse così, avremmo bisogno di un medico.
 Tuttavia non tutti riusciamo a gestire l’utilizzo di strumenti tanto potenti con il giusto distacco da farcela a non esserne utilizzati.
Senza rendercene conto, poco a poco, un bel giorno ci troviamo in una situazione di dipendenza da Social e ci scopriamo a leggere testi su argomenti che non abbiamo cercato, per i quali non nutriamo alcun effettivo interesse e che dimentichiamo qualche secondo dopo averne scorso con il pollice il testo che leggiamo distrattamente.
 Quando realizzeremo che stiamo consumando la nostra esistenza attaccati ad uno schermo di uno smartphone, e che nessuno più ci restituirà il la vita che stamo letteralmente buttando, il più sarà fatto.
 Reimpossessarci della nostra libertà è un percorso che all’inizio richiede una discreta forza di volontà: uno sforzo però necessario per interrompere le abitudini ripetitive che con il tempo si sono radicate fino a trasformarsi in vere e proprie dipendenze comportamentali.
 Cerchiamo quindi di cambiare il modo di utilizzare i nostri devices: scegliamo di seguire pagine che ci aiutino ad affrontare aspetti pratici della nostra esistenza e non quelle che contengono notizie che altri vogliono che ci interessino e che leggiamo solo per noiosa curiosità impiegando inutilmente il nostro tempo.
 La vita è troppo preziosa per essere dispersa su uno schermo senza avvertire che l’intero creato ci ruota attorno mettendosi in mostra per attirare la nostra attenzione.
 Invertiamo l’ordine delle cose: mettiamo la tecnologia al nostro servizio, serviamocene e non serviamola: liberiamoci da questa schiavitù. Utilizziamo la tecnologia solo quando ne abbiamo effettivamente bisogno solo per sempllificarci l’esistenza e per il tempo strettamente necessario a soddisfare le nostre esigenze. E basta.
 Cambiamo vita.

lunedì 7 maggio 2018

Presentazione del blog


Arriva un giorno nella vita in cui tutto ciò che per noi fino al giorno prima rappresentava una certezza, una sicurezza, un pilastro portante su cui avevamo basato i nostri progetti, i nostri sogni, la nostra intera esistenza, svanisce.
Ci rendiamo conto quindi quanto poco basti nel corso della nostra esistenza perché tutto, ma proprio tutto cambi, e questo improvvisamente: letteralmente "dalla sera alla mattina".

Ciò può accadere in qualsiasi ambito della nostra esistenza.
Il cambiamento può riguardare la sfera affettiva in particolare quando si verifica l'interruzione di una qualsiasi relazione come un rapporto sentimentale o la perdita di una persona cara;
può coinvolgere la nostra sfera lavorativa: la modifica degli organi direzionali della società in cui lavoriamo che comporti una variazione nelle nostre mansioni, l'avvicendamento di un responsabile superiore che ci rende la vita impossibile, un licenziamento;
ma basta anche solo che il nostro vicino di casa traslochi ed al suo posto ne arrivi uno rumoroso, "odoroso" o sostanzialmente poco rispettoso del prossimo, che la nostra vita subisce trasformazioni.
 
Il termine "subisce" non è utilizzato a caso: in tutte la casistiche elencate, infatti, si tratta di eventi per lo più negativi, esterni a noi che però agiscono sulla nostra vita. Eventi che dipendono da fatti a noi estranei, da noi non voluti e che tuttavia impattano notevolmente sulla qualità della nostra vita.

Tuttavia, gli eventi possono anche avere origine dal nostro interno: una malattia che ci costringe a cambiare radicalmente i nostri comportamenti, ma anche una serie di piccoli disturbi fisici che, poco a poco, finiscono per modificare radicalmente il nostro stile di vita.

Tutti gli eventi sia interni che esterni, sia che ci travolgano improvvisamente o che si insinuino lentamente e quasi impercettibilmente nella nostra esistenza, possono essere percepiti come sopportabili e in qualche modo cerchiamo di farci una ragione cercando di adattarci al cambiamento.

Iniziamo quindi a mediare, e se la mediazione ci risulterà difficile, inizieremo a soffrire.

Fino al giorno in cui finalmente ci fermeremo, fermeremo il fracasso che ci circonda: spegneremo televisione, autoradio, walkman e suocera e finalmente ascolteremo noi stessi, quello che ha da dirci il nostro mondo interiore.
Probabilmente non sentiremo una voce che ci parlerà con calma, ma considerato tutto il tempo che non le abbiamo dato ascolto immergendoci nel fracasso, si rivolgerà a noi urlando le sue esigenze.

Solo così capiamo che una nostra esigenza irrinunciabile è ascoltre noi stessi e valutare se sia possibile trovare una mediazione con il nostro esterno e le persone che lo riempiono e laddove ci renderemo conto che per le relazioni per le quali non siano possibili medizioni: le persone che mettono a repentaglio la pace con noi stessi, ci chiameranno a decidere se valga la pena proseguire quella relazione o non sia meno faticoso abbandonarla: per salvare noi stessi.

Cambiare vita in maniera radicale signfica anzitutto prendere coscienza di quante cose inutili ci stanno letteralmente rubando il tempo che abbiamo a disposizione: dall'essere usati dalla tecnologia anziché utilizzarla, al sostenere spese per cose assolutamente inutili o ancora al perdere tempo per  mantenere relazioni negative.

Tutti aspetti della vita che consumano il limitato tempo vitale a nostra disposizione: giornate di vita che non ritornano, tempo che non rivivremo mai più. Per l'eternità. 
Fermiamoci qualche minuto a riflettere su questo concetto e comprenderemo quanto sia urgente e necessario cambiare qualcosa nella nostra vita.

E allora "CambiamoVita", appunto.
Vediamo e impariamo come in questo viaggio assieme.